Goalodicy

Goalodicy è un termine introdotto da Christopher Kayes nel libro “Destructive Goal Pursuit”, e sta a indicare un comportamento contraddittorio per cui un’organizzazione o una persona continua a inseguire un obiettivo impossibile da raggiungere, arrivando a volte ad autodistruggersi.

Per illustrare il concetto Kayes analizza la storia vera di un team di alpinisti che nel 1996 hanno proseguito la scalata verso la vetta dell’Everest senza rispettare le timeline stabilite, perdendo la vita nel tentativo.

Per giustificare un comportamento così irrazionale sono state tentate diverse spiegazioni convenzionali, per poi arrivare alla conclusione che in determinate circostanze un’organizzazione può diventare schiava dei propri obiettivi per motivi legati alla psicologia dei singoli individui che la compongono.

Secondo Kayes ci sono sei sintomi tipici della presenza della Goalodicy:

  1. Obiettivi definiti in modo troppo preciso. Definire gli obiettivi in modo più generico ci consente di fermarci quando proseguire diventa troppo pericoloso.
  2. Aspettative pubbliche. Avere comunicato i nostri obiettivi ad una platea vasta rende più difficile fare marcia indietro.
  3. Desiderio di salvare la faccia. Le persone hanno paura che il fallimento dell’obiettivo distrugga la loro credibilità come persone.
  4. Futuro idealizzato. Il raggiungimento dell’obiettivo sembra un’esperienza molto più bella di quello che sarà in realtà.
  5. Giustificazione basata sull’obiettivo. Qualunque decisione è sempre motivata dalla necessità di raggiungere l’obiettivo ad ogni costo
  6. Raggiungere il proprio destino. Il raggiungimento dell’obiettivo è legato allo scopo ultimo di ciascuna persona.

Curiosità; il termine Goalodicity è costruito a partire dalla parola Teodicea, che è la capacità di spiegare la presenza del male sulla terra assumendo allo stesso tempo la presenza di un creatore buono

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